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Perdere senza sentirsi perdenti

Era il 1994. Venus Williams, allora quattordicenne e al suo debutto nel tennis professionistico, affronta la numero due al mondo Arantxa Sánchez Vicario. Vince il primo set, si porta in vantaggio nel secondo, ma alla fine perde in tre set.
A fine partita suo padre Richard, allenatore e mentore, le dice: “Non sono mai stato così orgoglioso di te.”
Consapevolmente o meno, aveva colto il punto focale di quel momento. Non era il risultato della partita, ma il modo in cui sua figlia avrebbe imparato ad affrontare quella sconfitta e tutte quelle che, inevitabilmente, sarebbero arrivate negli anni successivi.
Come insegnanti e genitori, in perfetta buona fede, diciamo spesso ai nostri ragazzi: “Se ce la metti tutta, puoi riuscire in qualsiasi cosa desideri; se dai il 120%, tutti gli obiettivi sono alla tua portata.”
Sembrano frasi incoraggianti. Eppure nascondono una piccola insidia.
Se lo scopo di tutto diventa il risultato, quando quel risultato non arriva, anche tutto lo sforzo fatto per raggiungerlo rischia di sembrare inutile. E il sillogismo è quasi inevitabile: se impegnandoti abbastanza puoi ottenere qualsiasi cosa, quando non la ottieni significa che non ti sei impegnato abbastanza.
Allora, cosa potremmo dire ai ragazzi perché imparino ad apprezzare il percorso e i piccoli successi disseminati lungo la strada, invece di misurare tutto attraverso il trofeo non vinto, il bel voto mancato, l’esame non superato o il lavoro dei sogni che è andato a qualcun altro?
In un recente articolo pubblicato su CNBC, la psicologa Juli Fraga suggerisce alcune alternative a quella promessa, tanto rassicurante quanto impossibile, che “puoi fare qualsiasi cosa”.
Per prima cosa, lasciamoli essere delusi.
Quando qualcosa va male, abbiamo spesso fretta di farli stare meglio: “Non importa”, “Andrà meglio la prossima volta”, “Vedrai che ce la farai”. Ma magari, in quel momento, importa eccome.
Possiamo invece riconoscere la loro delusione: “So quanto ci tenevi; capisco che tu sia arrabbiato; deve essere difficile dopo tutto il lavoro che hai fatto.”
E possiamo raccontare anche qualche nostra sconfitta. Non necessariamente quella trasformata, a distanza di anni, nella bella storia del “meno male che è successo, perché poi…”. Anche quella che è rimasta semplicemente una sconfitta. Ricordare ai ragazzi che gli adulti sono esseri umani, vulnerabili, che hanno sbagliato, perso occasioni e preso porte in faccia, forse li aiuta a capire che una delusione non è un’anomalia nel percorso. È parte del percorso.
Poi c’è il confronto con gli altri.
Tanto quanto la cronaca nera fa notizia, il successo fa contenuto da like.
Pubblichiamo la foto al traguardo della maratona, molto più raramente raccontiamo di esserci ritirati al venticinquesimo chilometro. Annunciamo il nuovo lavoro, non i dodici colloqui andati male prima di ottenerlo. Festeggiamo una laurea, un premio, una promozione, un’ammissione all’università.
Dei percorsi degli altri vediamo spesso il traguardo, molto meno frequentemente il dietro le quinte. Vale quindi la pena insegnare ai ragazzi a cambiare metro di misura. Non chiedersi continuamente “Dove sono rispetto agli altri?” ma “Dove sono rispetto a dove ero ieri?” Forse oggi sono avanzato di un chilometro. Forse soltanto di un metro. Ma quel metro esiste.
E poi impariamo a trattare gli insuccessi come esperimenti.
È forse il suggerimento che preferisco.
Un esperimento che non produce il risultato atteso non è necessariamente un esperimento fallito. Ci ha dato un’informazione che prima non avevamo. Possiamo aiutare i ragazzi ponendo domande, invece di fornire immediatamente risposte. Che cosa ha funzionato? Che cosa cambieresti? Che cosa hai imparato? Che cosa proveresti diversamente la prossima volta? In questo modo il risultato smette di essere un verdetto e diventa un’informazione: risultato, informazione, aggiustamento, nuovo tentativo. Ogni tappa diventa un’occasione per capire in quale direzione stiamo andando e, quando serve, aggiustare la rotta sulla base di ciò che abbiamo imparato.
Infine, dovremmo liberare i ragazzi anche da un’altra aspettativa: non dobbiamo necessariamente essere bravi in tutto.
Possiamo fare qualcosa perchè ci piace pur senza eccellere. Possiamo scoprire che un obiettivo non era adatto a noi. Possiamo cambiare idea. Possiamo persino impegnarci molto in qualcosa e scoprire che qualcun altro è semplicemente più bravo.
Porsi obiettivi abbastanza vicini da sembrare raggiungibili tuttavia abbastanza lontani da richiedere uno sforzo che permette di costruire fiducia un passo alla volta. Non la fiducia di chi pensa “posso ottenere tutto ciò che voglio”, ma qualcosa di più utile: “Non so se riuscirò a ottenere ciò che voglio, ma so che posso provare, imparare, adattarmi e riprovare.”
Richard Williams non poteva sapere, quella sera del 1994, quante partite avrebbe vinto sua Figlia ne quanti successi sarebbero arrivati. Ma poteva aiutarla a capire una cosa che le sarebbe servita molto prima di vincerli: come perdere senza sentirsi una perdente.