Il paradosso del partire: quando possiamo davvero parlare di scelta?
Ci sono viaggi che ci portano ad esplorare luoghi remoti, quelli che ci aiutano a crescere, altri ancora che ci fanno conoscere culture diverse e quelli che, più semplicemente, intraprendiamo per evadere dal nostro quotidiano e prenderci una giusta e meritata pausa. La meraviglia del viaggio sta nella scoperta di nuovi mondi e, più connessioni riusciamo a creare, più ricco sarà il bagaglio che riportiamo a casa.
Sono un’insegnante, ma soprattutto una grande appassionata di pedagogia. Per questo, quando ho l’occasione di visitare un nuovo paese, amo immergermi anche nel suo mondo scolastico. È il mio modo di scoprire il luogo che mi sta ospitando e creare con esso un legame più profondo. Entrare in un’aula permette non solo di conoscere persone, ma anche di assorbire una parte importante della cultura locale: cosa si insegna ai ragazzi, quali valori si cerca di trasmettere alle nuove generazioni, quale capitale sociale si vuole costruire.
Puerto Jiménez è un villaggio di circa quattromila abitanti nel sud del Costa Rica. La sua economia ruota in gran parte intorno al turismo, anche se la bassa stagione nei mesi estivi crea non poche difficoltà al sostentamento di molte famiglie. Non sorprende, quindi, che questo fosse un tema ricorrente durante le lezioni del corso di turismo al liceo tecnico-professionale.
Grazie al mio ruolo di supporto nella conversazione in inglese, ho avuto l’opportunità di ascoltare il punto di vista degli studenti e capire come immaginassero la propria vita una volta terminata la scuola. Alcuni manifestavano un forte desiderio di uscire da quella realtà e intraprendere strade alternative al turismo. Molti mi raccontavano di voler lavorare nel settore soltanto per il tempo necessario a mettere da parte qualche soldo e finanziare quella che, ai loro occhi, rappresentava l’uscita da un destino già scritto. Obiettivo minimo? Arrivare alla capitale, San José, e frequentare l’università. Ma il vero sogno nel cassetto, per i più intraprendenti? Andare oltre confine: Stati Uniti, Canada e perfino Europa.
Uscire dal proprio Paese, però, comporta ostacoli non soltanto economici. Il visto, le distanze e, naturalmente, la lingua. Forse è anche per questo che il mio aiuto è stato accolto con tanto entusiasmo. Per questi ragazzi la conoscenza dell’inglese non è semplicemente una materia scolastica: può diventare un vero e proprio biglietto di vita. Durante le nostre conversazioni ho visto un impegno e un desiderio di comunicare che mi hanno sorpresa. Allo stesso tempo, mi ha colpito la discrepanza tra la loro capacità di esprimersi oralmente e quella di scrivere nella stessa lingua. L’uso molto frequente della tecnologia, dal semplice traduttore fino alla più recente intelligenza artificiale, sembrava talvolta sostituire, anziché supportare, il processo di apprendimento. Un piccolo esempio di quanto il modo in cui insegniamo una competenza possa incidere concretamente sulle possibilità che quella competenza dovrebbe aprire.
Ma ciò che mi ha colpito maggiormente è stata la loro disponibilità a rischiare. Volendo, avrebbero potuto proseguire lungo un percorso relativamente sicuro e dignitoso nel proprio territorio. Eppure, vedevano la partenza da Puerto Jiménez come un’apertura verso orizzonti più ampi e, in qualche modo, come una strada verso il successo. Ragazzi ancora giovanissimi sembravano percepire l’ignoto e l’incertezza non soltanto come un rischio, ma come una possibilità più ricca rispetto alla sicurezza di un lavoro o di una potenziale carriera nell’industria del turismo.
È difficile non pensare, per contrasto, a molti giovani italiani, che quella stessa sicurezza la accoglierebbero come un privilegio. Per loro il rischio non è lasciare un lavoro certo per cercare altro, ma non riuscire a trovarlo affatto. A Puerto Jiménez, invece, alcuni ragazzi sembrano disposti a rinunciare proprio a quella certezza pur di scegliere una strada che non sia gia scritta per loro.
È qui che incontro il paradosso di questo primo viaggio pedagogico: ciò che per alcuni rappresenta un traguardo, per altri può diventare un limite. L’incertezza della partenza, al contrario, rappresenta una possibilità. Forse perché l’idea di libertà e’ legata al poter scegliere quali opportunità sentiamo veramente nostre. È più libero chi parte alla ricerca di qualcosa di diverso o chi, pur potendo partire, sceglie di restare perché è proprio lì che riconosce la vita che desidera? Il compito della scuola è preparare un ragazzo alle opportunità che ha davanti oppure dargli gli strumenti per immaginare possibilità che ancora non vede?
E quanto siamo davvero liberi di scegliere quando la nostra libertà nasce dal sacrificio di qualcun altro? Penso ai figli di genitori immigrati, per i quali scegliere di partire ancora, o persino di tornare nel paese d’origine, può significare confrontarsi con i sacrifici dei genitori per offrire loro un futuro diverso.
Testimonianza di un viaggio non solo fisico, ma soprattutto del pensiero, di Robin, la nostra socia innamorata dell’ educazione
