Domani, 18 giugno 2026, iniziano gli esami di Maturità — e sì, possiamo finalmente tornare a chiamarli con il loro vecchio nome!
Il nostro augurio va quindi allə circa 550.000 studentə che sosterranno le prove, reduci dall’essere l’oggetto di una sperimentazione nella quale, ovviamente, non sono stati coinvoltə.
Questə ragazzə portano già con sé il fardello di una griglia valutativa evolutiva, studiata per valorizzare solo chi “merita”. Di fatto, se in terza e in quarta superiore non si è ottenuta almeno la media del 9, diventa difficilissimo arrivare al massimo dei voti; se poi in una di queste annualità non si è raggiunta almeno la media dell’8, l’impresa diventa praticamente impossibile.
Al MIM si parla di crediti, ma a noi sembra più che altro una condanna contabile anticipata: un determinismo del passato che punisce le partenze lente e non consente di valorizzare il traguardo finale raggiunto. Eppure questa pratica, che dura ormai da molti anni, è passata nel silenzio di tutti.
Quest’anno si aggiunge un’ulteriore novità nella riforma della prova orale, che introduce l’indicatore sul “Grado di maturazione personale, di autonomia e responsabilità raggiunto“. Certo, dopo le mille domande e perplessità sollevate anche dallə futurə commissariə, sono per fortuna giunte le indicazioni ministeriali per ancorare la valutazione a elementi concreti, come il curriculum dello studente, l’esperienza di formazione scuola-lavoro e le competenze di cittadinanza. Ci è piaciuta, in particolare, la raccomandazione data nei workshop pre-esame di valorizzare quantə, pur presentandosi con crediti bassi, dimostrano una fioritura tardiva.
Noi di Ed-Work ci occupiamo da tempo di orientamento e bilanci di competenze: eppure, nonostante l’esperienza sul campo, non sempre ci sentiamo perfettamente adeguati di fronte a compiti così complessi. Pensiamo allora allə docentə, a cui viene affidata questa enorme responsabilità dall’oggi al domani, a soli tre mesi dal decreto e con alle spalle appena qualche workshop formativo.
La realtà, secondo noi, è che, ancora una volta, la scuola è stata lasciata sola ad affrontare una sfida che richiederebbe, invece, un vero approccio comunitario.
