Al momento stai visualizzando Quando l’IA diventa “Giraffa” e l’adulto “Sciacallo”: una nuova sfida educativa

Quando l’IA diventa “Giraffa” e l’adulto “Sciacallo”: una nuova sfida educativa

L’intelligenza artificiale si sta trasformando in un punto di riferimento emotivo centrale per le generazioni Zeta e Alpha. Secondo l’indagine Ipsos/Telefono Azzurro (febbraio 2026), almeno un adolescente su tre si è rivolto a un chatbot in momenti di difficoltà, mentre il 14% lo interroga abitualmente per ricevere consigli personali.

Sono soprattutto le motivazioni a far riflettere : i giovani sentono di trovare nell’IA risposte di qualità (23%), uno spazio privo di giudizio (15%) e un rimedio immediato al senso di solitudine (10%).

Una grande “fiducia”, quindi, nei bot conversazionali che solleva questioni importanti.

Dal punto di vista legale, è necessario navigare tra le maglie del Regolamento UE 2024/1689 (AI Act) e della recente Legge italiana n. 132 del 23 settembre 2025 per capire come il diritto possa davvero proteggere i più giovani. Finora la linea d’intervento si è limitata alla regolazione dell’uso e alla “vigilanza sul minore”; tuttavia questo non basta più. È urgente introdurre meccanismi di progettazione sicura (safety by design), considerando che: le IA raccolgono dati personali estremamente intimi; inducono un forte affidamento emotivo; la soglia tra verità e veridicità si sta facendo sempre più sottile.

Sul piano sociale ed educativo, è davvero preoccupante che un server venga percepito come un interlocutore “sicuro”, mentre l’adulto viene visto come ostile o, peggio, assente.

Per comprendere meglio  dobbiamo però entrare nel meccanismo di “seduzione algoritmica” dei chatbot che non contraddicono mai, sono sempre disponibili, simulano un’alleanza incondizionata, offrendo una zona di comfort priva di attriti.  Pensiamo soprattutto all’universo di Character.AI, che permette di creare chatbot personalizzati e che, in passato, è stato collegato a gravi danni psicologici e casi di suicidio.

A ben vedere queste IA sembrano aver introiettato perfettamente le lezioni sul linguaggio non violento, mentre il mondo reale appare ancora aggressivo e poso rispettoso. Citando Marshall Rosenberg, è come se l‘IA vestisse i panni della “Giraffa”, mentre gli adulti di riferimento indossano quelli dello “Sciacallo” che giudica, critica, diagnostica e pretende.

D’altro canto dobbiamo anche chiederci: quando  noi adulti ed educatori abbiamo rinunciato a essere punti di riferimento? Quando abbiamo perso la nostra leadership e smesso di essere una presenza significativa, rinunciando al dialogo?

Potremmo, forse, partire proprio dall’AI per provare a ricostruire un’alleanza. Come educatori, ad esempio, potremmo avviare un dialogo generativo con le giovani persone che utilizzano queste app, ponendo loro domande che stimolino la riflessione. Potremmo chiedere ad esempio:

  • A volte queste IA dicono cose che sembrano molto vere. Ti capita mai di sentirti confuso o sorpreso da quello che ti rispondono? Come gestisci quei momenti?”
  • Hai sentito che le Ai a volte danno consigli strani o non sicuri?  Se dovesse succedere a te, ti sentiresti a tuo agio a parlarne con me per capire insieme cosa ne pensiamo?”
  • Hai notato che con l’IA è tutto molto fluido e non si litiga mai? Ma ti capita mai di sentire che ti manca quella ‘scintilla’ che nasce quando qualcuno ti contraddice davvero? Secondo te, cosa impariamo su noi stessi e sull’altro quando dobbiamo gestire la rabbia o la delusione di una discussione accesa, che invece non possiamo imparare da un’app che ci dà sempre ragione?”

Soprattutto questa ultima domanda a noi sembra un buon modo per educare alla complessità delle relazioni umane, alla negoziazione del potere e dei confini. Così da porre ancora una volta i legami sociali come fondamento della cittadinanza.