il Terzo Spazio per studenti con background migratorio
L’inclusione scolastica degli studenti con background migratorio è al centro di un acceso dibattito politico e pedagogico. Da una parte vi sono le recenti posizioni assimilazioniste del Ministro Valditara, che punta sui corsi di potenziamento linguistico; dall’altra si colloca la visione critica di chi intravede in questo approccio il fondato rischio di generare dinamiche escludenti e di finire per negare la ricchezza delle identità complesse, nonché i processi di spontanea contaminazione e creolizzazione culturale (si veda la posizione di Agostino Portera).
Partiamo oggi da un’osservazione: spesso questi ragazzi in classe restano in silenzio, esitano, manifestano timidezza o addirittura non giustificano i compiti non eseguiti. Questo atteggiamento viene spesso interpretato dagli insegnanti come un segnale di disinteresse, pigrizia, scarso impegno o, persino, di ritardo cognitivo. In realtà, questo silenzio indica molto spesso l’impossibilità oggettiva di quell’alunno di far sentire la propria voce ed esprimere il proprio potenziale all’interno di metriche e griglie di valutazione troppo rigide e standardizzate.
Per costruire una scuola che sia autenticamente inclusiva nell’ambito della didattica L2, sulla scia del pensiero di Tim Ingold, si suggerisce di superare l’attuale modello incentrato quasi esclusivamente su programmi d’insegnamento predefiniti e su valutazioni di tipo immediato e burocratico, aprendosi a una pedagogia “in chiave minore”, capace di ascoltare e valorizzare le specifiche traiettorie personali di ciascuno.
In continuità con il pensiero di Édouard Glissant, la pedagogia in chiave minore riconosce il “diritto all’opacità”, ossia il rispetto per l’unicità e la singolarità dell’alunno, rifiutando di catalogarlo attraverso rigide griglie etnocentriche; Si basa, inoltre, sulla valorizzazione prioritaria delle risorse, delle passioni e dei talenti dello studente, anziché sulla perenne rilevazione delle sue lacune. Questo cambio di paradigma pedagogico trova una profonda sintonia con l’approccio di Marianella Sclavi: per comprendere realmente l’altro non dobbiamo applicare schemi interpretativi pregiudiziali, quanto piuttosto sviluppare un’autoconsapevolezza emozionale capace di accogliere il disorientamento e di cambiare il proprio punto di vista.
Sullo stesso binario si colloca la pedagogia autobiografica e della memoria di Duccio Demetrio: consentire allo studente con background migratorio di narrare la propria storia personale e il proprio percorso linguistico gli permette di ricomporre un’identità complessa e plurale, trasformando il ricordo in uno straordinario motore di emancipazione, consapevolezza e crescita autonoma (agency).
Tuttavia, all’interno delle aule scolastiche tradizionali — spesso condizionate da tempi contingentati, affollamento e scadenze burocratiche — l’attuazione di una pedagogia in chiave minore risulta oltremodo complessa. È qui che diventa indispensabile la creazione di un “Terzo Spazio“, concetto formulato da Homi Bhabha per definire un ambiente educativo intermedio, fluido, poroso e non giudicante, collocato in una dimensione liminale tra l’intimità della sfera familiare e culturale d’origine e la rigidità prescrittiva ed egemone dell’istituzione scolastica.
In questo luogo protetto e negoziale:
- Vengono valorizzate le storie personali e i percorsi autobiografici di ogni studente.
- Si dà spazio alla narrazione e ai punti di vista originali, rendendo l’esperienza di ciascuno una risorsa per il gruppo.
- La relazione tra pari e con gli adulti si ristruttura su basi orizzontali, facilitando l’apprendimento spontaneo e la partecipazione attiva.
Poiché la scuola da sola risente di tempi contingentati e vincoli burocratici, la creazione del Terzo Spazio non può che adottare il modello della “comunità educante” , attraverso diverse alleanze, in particolare con: Terzo Settore, Università e Centri di Ricerca
Nella nostra esperienza sul campo abbiamo avuto modo di sperimentare concretamente questa possibilità all’interno del progetto Volontari per l’Educazione, targato Save The Children. Il recente contributo di Enrico Ieroncic e Angela Ferraro pubblicato su Educazione Aperta ci racconta attraverso la creazione di uno Spazio Terzo si asia riusciti a restituire la voce a due studenti molti fragili:
- Alfonzo, 13 anni, bengalese, inizialmente bloccato da un’interlingua caotica. Nel percorso di tutoraggio ha trovato il tempo e lo spazio per esplorare la propria comunicazione autobiografica. Il risultato? Ha trovato il suo posto a scuola ed è diventato “mediatore culturale” per i compagni neoarrivati.
- Juliete, 11 anni, cinese, completamente silente in classe. Sfruttando la sua passione per il disegno e le storie all’interno di un micro-ambiente non giudicante, si è sbloccata progressivamente nell’espressione orale, fino a sostenere con successo le interrogazioni scolastiche.
