Negli ultimi giorni è stato presentato un emendamento dalla Lega, approvato il 15 ottobre dalla Commissione Cultura della Camera, che propone di vietare alle scuole dell’infanzia, primarie e medie qualsiasi attività didattica o progettuale sui temi della sessualità. Nel disegno di legge viene mantenuta la facoltà, sottoposta a condizioni gravose, di trattare questi argomenti solo alle scuole superiori e con il consenso scritto preventivo dei genitori o alunni se maggiorenni. È una novità inquietante: significa tagliare ogni spazio di confronto, di educazione, di crescita per studenti tra gli 11 e i 14 anni, che restano privi di un percorso guidato per comprendere corpo, emozioni e relazioni. Non si tratta di una proposta moderata o di una raffinata revisione normativa, ma di un’operazione legislativa che dice chiaramente di non parlare di sessualità nell’età dell’adolescenza iniziale. Una scelta non priva di conseguenze e che, per chi crede nella funzione educativa della scuola, è intollerabile. Quando la politica decide di restringere lo spazio dell’educazione affettiva, consegna i giovani al vuoto: nella nostra epoca, tra pornografia accessibile, stereotipi che corrono sui social, pressioni e confusione, chi non viene accompagnato finisce per navigare alla cieca. E non si tratta solo di trasmettere informazioni, con questi percorsi si vogliono offrire sguardi, dialogo, strumenti critici per decodificare desideri e paure. La proposta di questo emendamento fa capire come stia emergendo un fenomeno pericoloso, attraverso l’idea che la sessualità spiegata a casa sia sufficiente. Ma quante famiglie hanno tempo, conoscenza, consapevolezza per agire da educatrici o educatori su temi così delicati? Non è un attacco alle famiglie: è riconoscere che la responsabilità educativa, in una società complessa come la nostra, è condivisa. Il rischio è che molti ragazzi restino soli con internet, con immagini errate, modelli tossici e confusione tra consenso e prevaricazione, tra desiderio e uso. La scuola, al contrario, con docenti formati e secondo linee guida chiare potrebbe creare uno spazio di dialogo che, ascoltando anche le famiglie, può dare risposte alle domande che nei ragazzi iniziano a crearsi proprio durante la preadolescenza. Ciò non significa imporre, come alcuni temono riferendosi alla teoria gender, bensì accompagnare e suggerire.
La proposta della Lega appare non solo ideologica, ma inadeguata e dannosa, un passo indietro nel riconoscimento della scuola come spazio dove si impara a stare insieme, a interrogarsi. È un’idea che dimentica la corporeità, reprime il linguaggio dell’affetto e nega la possibilità stessa di una crescita completa. Come Ed-work riteniamo importante esporsi con forza su questa linea, non c’è neutralità possibile su questo tema, dobbiamo chiedere che l’educazione all’affettività e alla sessualità diventi parte integrante del percorso formativo, modulata per età, costruita attraverso il confronto. Dobbiamo ribadire che non si tratta solo di un emendamento, la scuola non può e non deve arretrare, e che educare all’affettività non è un optional ma parte essenziale della cittadinanza.
