Siamo ai nastri di partenza: prende ufficialmente il via la sperimentazione nazionale sulle “competenze non cognitive”, in attuazione della Legge 22/2025. Tuttavia non possiamo nascondere una certa perplessità che si somma alla delusione per le risorse allocate: una riforma di questa portata, infatti, nasce paradossalmente a “costo zero”.
Il rischio che intravediamo è quello di una profonda mancanza di visione. Sembra quasi che il Ministero si sia limitato a “fare il compitino”: poiché il dibattito pedagogico attuale richiede a gran voce l’attenzione alle competenze socio-emotive, ecco pronta una risposta burocratica che ne svuota il potenziale trasformativo.
Analizzando i documenti ufficiali, emerge infatti un approccio puramente funzionale. Per il MIM, lo sviluppo di queste abilità serve principalmente a:
- Rendere lo studente più efficiente nelle prestazioni scolastiche;
- Garantire un ambiente più sicuro, agendo come correttivo contro bullismo e violenza;
- Formare cittadini adattabili alle dinamiche del mercato del lavoro e della società digitale.
A questa visione “addestrativa”, vogliamo contrapporre il paradigma espresso da Peter Senge e Daniel Goleman nel volume A scuola di futuro. Qui l’obiettivo non è rendere lo studente più performante nelle relazioni, ma aiutarlo a riappropriarsi del proprio sguardo sul Mondo.
Come abbiamo già approfondito sul nostro blog, “riavviare l’educazione alla vita” è possibile secondo gli autori, attraverso un Triplo Focus:
- Focus interiore: non semplici tecniche di autocontrollo, ma un percorso per scoprire il proprio valore autentico, al riparo dal peso del giudizio e dei voti.
- Focus sugli altri: un’empatia profonda che va oltre il mero rispetto formale delle regole per generare comunità reali e solidali.
- Focus sul mondo: è qui che risiede la vera liberazione. Comprendere i sistemi complessi (ecologici, sociali, economici) permette ai ragazzi di smettere di sentirsi oggetti passivi delle decisioni altrui, trasformandoli in soggetti capaci di progettare e agire.
La sfida per Ed Work è chiara: l’educazione socio-emotiva può essere il mezzo con cui gli studenti smettono di sentirsi sempre “sotto esame” e iniziano a essere soggetti attivi capaci di guardare il mondo, capirlo e trasformarlo. Non limitiamoci ad un cambiamento di facciata
